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Anno nuovo, rubrica nuova!

Inauguriamo così, con un motto banale, un nuovo spazio su questo blog dove ti racconteremo invece delle storie inusuali. Di pubblicità ovviamente, ma non solo. 

Si chiama “Advistory. Storie di pubblicità rivoluzionarie“, e ogni mese su queste pagine troverai alcuni dei racconti più curiosi su avvenimenti legati ai brand

Un audace iniziativa commerciale, la creazione di un logo iconico, una campagna vincente, o clamorosi fallimenti: passaggi epocali che sono rimasti impressi nell’immaginario collettivo e hanno creato case-studies per le agenzie e i creativi che sono arrivati dopo.

Il primo numero è dedicato ad uno dei simboli più famosi della cultura pop contemporanea, un’icona capace di richiamare in pochissimi secondi leggende sportive e una potente mitologia su valori di tenacia, passione, e riscatto, legati allo sport: il logo Nike.

 

Le Nike che potevano essere Asics

Tutti oggi conosciamo la famosa casa d’abbigliamento sportivo nata a Portland all’inizio del 1964, per volere di due sportivi con il fiuto per gli affari: Bill Bowerman, un allenatore, e Phil Knight, un appassionato mezzofondista. 

Solo che all’epoca l’azienda si chiamava “Blue Ribbon Sports” (BRS), non produceva modelli propri, ma era distributrice di scarpe sportive Tiger, realizzate in Giappone dalla Onitsuka, in seguito divenuta Asics. Strana a volte, la vita.

In pochissimo tempo, il marchio BRS ebbe molto successo, tanto che riuscì ad aprire due punti vendita sia nella West Coast che nella East Coast, finché nel 1971 si ruppero i rapporti con i giapponesi, che scelsero di vendere per conto proprio.

In questo momento, i due soci di Blue Ribbon Sports decisero che era arrivato il momento di cambiare rotta. Nacque così Nike Inc., e insieme ad un nuovo modello di business, c’è però anche il bisogno di dare una brand image al marchio. 

Ed è qui che nasce la leggenda del logo Nike.

 

L’icona di un brand che prende il volo

Nella vision di Phil Knight, l’immagine della nuova azienda aveva bisogno di un logo che ispirasse movimento e determinazione.

E per pura casualità, come nella più cinematografica delle coincidenze, un giorno Knight si imbatté in Carolyn Davidson, una studentessa universitaria di Portland che si lamentava di avere così poco denaro da non potersi permettere neanche di acquistare i colori ad olio per i suoi dipinti.

I due si accordarono per l’ideazione di un paio di proposte per il logo delle nuove sneakers da lanciare presto sul mercato. 

Quando la Davidson tornò da lui con le proposte, la Storia aveva già scritto uno dei suoi capitoli più memorabili senza che loro ne fossero consapevoli.

Il concept di partenza del design del logo Nike fu quello di rappresentare un’ala, simbolo della dea greca della vittoria (Come la Nike di Samotracia), e l’obiettivo, come ogni ala che si rispetti, fu cercare di conferire un’idea di movimento a questo simbolo.

La proposta grafica fu descritta da Davidson con il termine “swoosh“, ovvero quel suono onomatopeico che fa l’acqua o il vento quando si muovono velocemente. 

Dinamicità, velocità, audacia, vittoria: gli elementi che diventeranno poi i veri e propri pilastri del brand in tutto il mondo, erano già ben presenti in quel logo così minimal, ma così potente nella sua semplicità.

Nonostante il poco entusiasmo dei committenti (Knight disse qualcosa simile ad un “sempre meglio di niente”), negli anni a venire, grazie anche ad altre iniziative di branding degne di nota, come la campagna Just do it e l’endorsement di grandi campioni sportivi, il logo Nike ha contribuito a creare una memorabilità che va oltre i concetti di brand e qualità dei prodotti, trasformandosi in love brand.

Dietro quel logo ben visibile, Nike ha infatti condiviso sofferenze e gioie di migliaia di sportivi e milioni di tifosi e appassionati nel mondo, che ora ripagano il marchio riempiendo i suoi negozi in ogni dove. 

E tutto grazie ad un “mezzo baffo” realizzato in sole 17 ore di lavoro, come raccontato in seguito da Davidson, e pagato la miseria di “ben” 2 dollari l’ora

Sì, hai letto bene.

 

Il logo che valse un anello

Infatti l’aneddoto che rende ancora più speciale la storia del logo Nike è che nel ’71 Carolyn Donaldson e Phil Knight si mettono d’accordo per una paga ridicola, rispetto a quello che sarebbe poi diventato per tutti noi il prodotto della creatività (e della penna) della designer.

Inutile dire che l’accordo fu un vero affare oltre che un’intuizione fenomenale da parte di Blue Ribbon.

Ma anche questa storia ha il suo lieto fine

Dopo che il logo divenne di fatto un vero e proprio emblema, nel 1983 Nike volle ringraziare la Davidson per l’incredibile apporto creativo, regalandole un anello con il suo logo tempestato di diamanti, come simbolo del valore inestimabile che quel lavoro sottopagato ha rappresentato per la propria storia aziendale.

Oltre a questo, la società aggiunse un pacchetto di 500 azioni, che nel 2011 (40esimo anno di fondazione del gruppo), arrivarono ad avere un valore di 1.286 dollari l’una.

Il giusto finale per una storia di piccole e grandi vittorie, come quelle che Nike ci racconta da sempre.

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